
«Nel mio
staff solo trentenni»
«Italia chiusa ai giovani, che rabbia»
Beatrice Trussardi: la più arretrata è la
politica.
I talenti migliori li ho incontrati al Forum di Davos
MILANO — Lei è l’ultima a stupirsi che ancora
ci sia gente che voglia sapere: «Sono trascorsi otto anni
da quando è morto papà e quattro dalla morte di mio
fratello Francesco. Ho superato, abbiamo superato. E come noi, tanti.
Se avessi voluto fare un melodramma della nostra storia sarei andata
al Grande Fratello». Chiude il capitolo per non riaprirlo
più. Beatrice Trussardi non è donna che si lascia
andare. Classe 1970. Pelle diafana e occhi di ghiaccio. Schiva e
riservata, pesa le parole. Fa lunghe pause. E non risparmia colpi
bassi: alla politica, a Milano, al sistema. Perché oggi quel
che le interessa è dare spazio ai giovani, scovare nuovi
talenti, portare avanti progetti. In un Paese, a suo dire, «vecchio».
«Ho il privilegio di essere, a parte una donna, giovane e
a capo di un’azienda ed per questo che capendo come vengono
considerati i giovani da noi cerco di dare spazio a loro».
Cosa c’è di sbagliato nel non considerare i
giovani in Italia?
«Non possono né decidere, né esprimersi.
Sono considerati sempre dei motori da utilizzare, ma non capaci
di produrre e di generare il nuovo. Io non penso che il mondo debba
essere gestito solo dai giovani,mac’è spazio per tutti,
naturalmente bisognerebbe anche dialogare... ».
Però cominciano a nascere delle associazioni, per esempio
Milano Young. Silenzio. Forse troppo immagine e poca sostanza?
«L’ha detto lei... E per questo preferisco agire cercando
nuovi talenti, catturando energie che producano progetti in continuo
divenire. Non mi interessano le operazioni di mera comunicazione
né di lavorare con singoli che prendano poi la propria strada».
Qual è
l’ambiente che sente «più» vecchio in Italia?
«La politica»
E non ci entrerebbe
lei?
«No, perché si parla e non si fa».
Appunto, sarebbe
l’ora di provare a cambiare qualcosa?
«Da soli non si cambia nulla. Una sola persona non ce la può
fare, la società è un sistema da educare. Per questo
ci sono momenti come il World Economic Forum che riunisce ogni anno
a Davos e Zermatt i più interessanti giovani al mondo (dove
Trussardi è invitata sin dalla prima edizione ndr). È
proprio questa l’educazione. Educare la gente a quali sono
e a quali saranno le difficoltà del mondo. Per quello dico
che il singolo non può più nulla. È un processo
non una visione one shot».
Giovani che
potrebbero cambiare il mondo?
«I compagni del Global Forum di Davos ».
Italiani?
«Quelli che fanno parte del gruppo: Matteo Arpe e Andrea Guerra».
Cacciatrice
di talenti d’arte, è così?
«Mio padre frequentava persone di tutti i tipi: scultori,
pittori. Ho cominciato da bambina a respirare il profumo dell’arte.
Sino alla laurea e al master in storia dell’arte moderna a
New York e stage al Guggenheim, al Metropolitan e al Moma. Lo so,
il mio lavoro è dirigere l’azienda, ma ho avuto la
fortuna, con la Fondazione che volle mio padre, di continuare a
seguire quella che è la mia più grande passione. È
un piacere per me, non uno sforzo. Anche se non è un gioco
soprattutto con i progetti che dobbiamo portare a Milano. È
sempre tutto molto difficile».
Già,
nel 2002 i bambini impiccati (e censurati) di Cattelan e prima ancora
l’auto «multata» in galleria Vittorio Emanuele...
«Si creò un tale macello... prima ancora di arrivare
all’effetto opera d’arte. Personalmente lo rifarei,
perché comunque l’importante è far arrivare
un messaggio. Far pensare. La gente non è abituata, qui.
Nel resto del mondo sì. Per noi l’arte è un
bel quadro, una statua... il Mantegna e va benissimo. Ma noi viviamo
anche la realtà di oggi, perché non misurarci con
essa?».
Per caso come
Peggy Guggenheim anche lei alla fine finisce per essere l’acquirente
numero uno degli artisti che espone?
«Confesso, sì, non resisto, però non c’entra
con la Fondazione».
La sua casa
sarà una galleria! A proposito, single?
«Assolutamente».
Più riservata,
che tassativa. Ma la giornata di una giovane donna a capo di una
grande azienda?
«Lavoro molto. Preferisco arrivare con calma in ufficio, intorno
alle nove poi mi fermò un po’ di più la sera
. Però con il tipo di lavoro che faccio, avere polso della
situazione è fondamentale così viaggio molto. Un dieci
giorni al mese sono via».
Come capo? Dicono
sia «molto» tosta...
«Esigente. Apprezzo la professionalità e la fedeltà.
Spesso se capisco che i miei collaboratori hanno colto dove arrivare,
li lascio f a r e , non sono un’accentratrice».
Nel ’99
la morte di suo padre e poi nel 2002 quella di suo fratello Francesco.
E tutto è finito nella sue mani eppure la sua vita era stata
altro, sino a quei momenti.
«In verità da quando avevo 18 anni mio padre voleva
assolutamente che, per esempio, partecipassimo ai consigli di amministrazione.
Mi coinvolgeva. Conoscevo le dinamiche della gestione, andavo, sedevo
e ascoltavo. Poi seguivo la parte pubblicitaria, dopo Gastel, Testino,
Avedon... La parte di adversing, art director... Poi quando ero
NewYork ho fatto la mia esperienza un anno al Guggenheim, al Metropolitan
e al Moma».
Avrebbe potuto
essere diversa la sua vita. Direttrice del Moma, magari.
«Ma io non ho abbandonato quella strada. Con la Fondazione,
a modo mio, la continuo».
I «suoi»
talenti, allora.
«Andrea Berton, uno chef. Massimiliano Gioni, presidente della
Fondazione. Carlo Ratti, architetto. Lavinia Borromeo, stilista
d’oggetti. E l’ultimo: Paul Cocksedge, lighter designer
che per noi allestirà una mostra durante il Salone del mobile.
Mediamente tutti trentenni: bravi, progettuali, energetici ».
Paola Pollo
08 aprile 2007
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