«L'ingegneria deve diventare creativa. Il
profilo del professionista capace di manovrare i numeri, applicando
calcoli da manuale per far stare in piedi le strutture non ha futuro. È
un tipo di ingegneria con valore aggiunto prossimo allo zero. Sia a
causa di processi informatici, sia per quello che sta accadendo in
paesi quali la Cina che nei prossimi dieci anni sarà capace di laureare
un numero di professionisti dieci volte superiore a quello degli Stati
Uniti».
Impossibile provare a vincere questa partita battendosi con gli
strumenti della tradizione e restando ancorati al vecchio modello
formativo delle Écoles d'application, alla versione d'antan
dell'ingegnere «tutto d'un pezzo»: la concretezza dei numeri
contrapposta alla visionarietà degli architetti. I due mestieri sono
destinati ad aumentare le aree di sovrapposizione, magari esasperando
la competizione tra due categorie, ma anche allargando lo spettro delle
discipline coinvolte, adeguandosi alla domanda di clienti pubblici e
privati sempre più esigenti sul fronte del risparmio di risorse
economiche e naturali, via via più scarse.
Uno scenario noto a Carlo Ratti, 38 anni, laurea al Politecnico di
Torino, arricchita da esperienze a Parigi e Cambridge, con
specializzazioni in architettura e informatica. Dell'innovazione Ratti
sta provando a fare un mestiere. In qualche caso riconosciuto anche
ufficialmente. Giovanissimo docente del Massachusetts Institute of
Technology di Boston (Mit) dove dirige uno staff di 35 professionisti
(Senseable City Laboratory, tra cui fisici, matematici, sociologi)
impegnati a studiare i paradigmi della città del futuro, quest'anno è
stato nominato «Innovator in residence» dal governo del Queensland
(Australia), con il compito di elaborare nuove strategie di sviluppo
urbanistico. Globetrotter della professione con studio a Torino
(Carlorattiassociati, aperto con Walter Nicolino), ha già ottenuto
importanti riconoscimenti a livello internazionale.
«Quest'anno - dice - ho trascorso il 40% del mio tempo in America,
il 20% in Australia, il 20% in Italia e il resto in aereo». Il suo
Digital water pavilion, il padiglione con pareti d'acqua che ha
attirato gli sguardi dei visitatori dell'ultimo Expo a Saragozza, è
stato inserito dal settimanale Time nella classifica delle migliori
innovazioni del 2008. Al summit di Copenhagen sul clima (7-18
dicembre), sarà presentato il prototipo che Ratti ha messo a punto con
Ducati Energia e il ministero dell'Ambiente italiano: una ruota
adattabile a qualsiasi bicicletta dotata di un piccolo motore
elettrico. «Il sindaco di Copenhagen - spiega il progettista - vuole
innalzare dal 35% al 50% la quota di traffico urbano sulle due ruote.
La soluzione prevede che l'energia prodotta in frenata sia riutilizzata
per assistere la pedalata e alimentare un pc che fornisca informazioni
sull'inquinamento, prestazioni fisiche di chi guida, mappe per
orientarsi in città».
A Londra Ratti è nella short-list dei progettisti invitati dal
sindaco Boris Johnson a disegnare un edificio simbolo delle Olimpiadi
del 2012. L'idea è quella di costruire una «nuvola dinamica», una
struttura gonfiabile luminosa in cima a una torre a spirale, alimentata
da cellule fotovoltaiche e dallo sforzo fisico dei visitatori che
sceglieranno di usare le scale invece dell'ascensore. «L'ambizione di
ogni progettista - dice Ratti - è sempre stata quella di costruire
edifici "vivi". Oggi tutto questo è possibile grazie alle tecnologie
digitali e al biotech».
L'ingegneria è forse il settore che ha conosciuto le accelerazioni
più forti degli ultimi anni. A fronte dei 213mila professionisti che
ogni giorno faticano per stare a galla in un mercato sempre più
competitivo, studi e società che presidiano gli avamposti
dell'innovazione hanno imparato a dare risposte articolate a un mercato
che pone domande complesse. Allora numeri, certo, ma anche creatività e
capacità di gestire i processi di pianificazione e costruzione. E poi
design, ambiente, nuove tecnologie digitali: tutto fa parte di questo
nuovo modo di intendere la professione. «L'offerta di competenze
multidisciplinari è il fattore chiave del nostro successo», spiega
Maurizio Teora, 44 anni, numero uno di Arup Italia, 9 milioni di ricavi
e 90 professionisti divisi tra le sedi di Milano e Roma, impegnati a
realizzare edifici, infrastrutture, ma anche a fornire consulenze su
temi quali acustica o nuove frontiere della sostenibilità. In questo
caso, l'innovazione è un mix vincente di capacità di regia, competenze
specialistiche, ricerca sui nuovi materiali, organizzazione aziendale.
«Da noi - dice Teora - c'è chi è specializzato in illuminotecnica,
acustica, impianti, nell'involucro dell'edificio. In questi team c'è
poi chi si occupa della struttura, dei serramenti, del vetro per
arrivare a chi controlla anche l'impatto del vento sulle facciate».
Un'articolazione cresciuta nel tempo fino a comprendere una quarantina
di specializzazioni abbinate alla ricerca di nuovi materiali e
tecnologie importati anche da altri settori: dall'aeronautica alla
progettazione navale. Lavorando a stretto contatto con i grandi
architetti, ma anche "in solitaria" la società è nota per la capacità
di abbinare il design contemporaneo a soluzioni hi-tech in campo
ambientale e per aver imparato a declinare la parola sostenibilità
anche in termini economici. «Negli ultimi quindici anni - spiega Teora
- gli edifici sono diventati tre volte più performanti dal punto di
vista dell'efficienza energetica. Questo significa poter usare impianti
meno potenti, progettati più attentamente. E ciò comporta anche
benefici economici. Possiamo fare affidamento su strumenti di calcolo
che garantiscono risparmi del 15% delle spese di realizzazione della
strutture, con un impatto del 5-10% sul costo complessivo dell'opera
finita». Valutazioni che non si fermano alla fase di cantiere: «I costi
devono essere compatibili con il processo economico più generale».
Esempio? «Se progetti un edificio per uffici, devi partire dal
probabile prezzo di affitto e dalla percentuale di occupazione prevista
per definire il costo di costruzione».
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