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| Identificativo: |
DO20030330018CAA |
| Data: |
30-03-2003 |
| Testata: |
IL SOLE 24 ORE |
| Riferimenti: |
DOMENICA ARCHITETTURA | | |
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| Londra - Una mostra celebra Superstudio,
gruppo radicale di architetti italiani |
| E se tornassimo al Pliocene? |
| Dal Monumento Continuo in poi, le
provocazioni dell'équipe sono un modello
<destabilizzante> |
| Carlo Ratti |
 |
di Carlo
Ratti
<La superarchitettura è l'architettura
della superproduzione, del superconsumo, della
superinduzione al consumo, del supermarket, del superman
e della benzina super>. Così scrivevano nel 1966 i
giovani architetti fiorentini del gruppo Superstudio,
dichiarando i loro intenti progettuali: parodiare la
società dei consumi (nonché, ante litteram, la
globalizzazione), mettendone in luce le contraddizioni.
Avevano iniziato a lavorare sulla linea di confine tra
arte e architettura, progettando elementi d'arredo. Ma
presto si resero conto che <disegnare mobili oggetti
e simili casalinghe decorazioni non era la soluzione dei
problemi dell'abitare e nemmeno di quelli della vita e
tantomeno serviva a salvarsi l'anima>. Inserendosi
nel filone della contestazione degli anni Sessanta,
iniziarono allora a utilizzare gli strumenti della
progettazione per scardinare l'ordine costituito.
<Pensavamo che avremmo cambiato il mondo, o perlomeno
l'architettura>, ricorda oggi Adolfo Natalini,
fondatore del gruppo con Cristiano Toraldo di Francia,
Piero Frassinelli, Alessandro Poli, Alessandro e Roberto
Magris (quest'ultimo scomparso il 5 marzo scorso).
Il primo progetto che li lanciò sulla scena
internazionale fu il Monumento Continuo (1969); in
quegli anni di esaltazione retorica della tecnologia e
di proliferazione di megastrutture abitative (il
famigerato Corviale, edificio lungo un chilometro alla
periferia di Roma, è di pochi anni dopo), proposero un
modello architettonico di urbanizzazione totale: una
colossale muraglia modulare che si ripete uguale a se
stessa su tutte le regioni del pianeta, da New York (di
cui salvavano solo <un mazzo di grattacieli antichi,
conservati a ricordare il tempo in cui le città si
costruivano senza un unico disegno>) a Roma, da Graz
alla Mecca. Naturalmente si trattava di un progetto
ironico (anche se qualcuno lo prese involontariamente
sul serio), teso a denunciare <un'architettura tutta
egualmente emergente in un unico ambiente continuo: la
terra resa omogenea dalla tecnica, dalla cultura e da
tutti gli altri imperialismi>. Il Monumento Continuo
rivela il metodo di lavoro utilizzato dal Superstudio:
partire da un processo in atto, portarlo alle sue
estreme conseguenze e dimostrarne in questo modo
l'assurdità. In polemica con i programmi di tutela
dei centri storici proposero una serie di vignette dal
titolo Italia Vostra. Venezia è assediata dall'acqua
alta? Rimedio: prosciughiamo la laguna e ricopriamo i
canali con del vetrocemento azzurrognolo. A Firenze si
cerca di riportare il centro storico alle sue condizioni
originarie? Facciamo allora un restauro radicale,
sommergendo completamente la città: lì, nel Pliocene,
c'era un lago. I progetti del Superstudio sono una sorta
di "contes philosophiques", illustrati con dovizia di
schizzi, disegni, fotomontaggi, vignette e video.
Nell'insieme mettono in scena delle utopie negative,
<immagini premonitrici degli orrori che
l'architettura ci preparava>. Emblematico il lavoro
Le dodici città ideali, <traguardo supremo di
ventimila anni di sangue, sudore e lacrime
dell'umanità>. Nella nona città, la <Ville-machine
habitéè>, per esempio, <gli abitanti vivono nella
macchina, trascinati senza sosta da nastri trasportatori
a norie, da scivoli e condotti pneumatici dal punto
della nascita a quello della morte. La macchina provvede
a tutto; ... gli abitanti trovano il cibo e la paura, il
sonno e la gioia, il sesso e la speranza, la morte e
l'ira, a volte anche la ribellione; ma gli abitanti
sanno bene che uscendo dai percorsi obbligati stabiliti
dalla macchina si finisce stritolati dagli
ingranaggi>. E via di questo passo con le altre
undici città, costruite attorno a incubi tecnologici di
varia natura. Alla fine del pamphlet, un test
attitudinale: se avete apprezzato la maggior parte delle
città ideali descritte avete buone probabilità di
diventare un capo di stato; mentre solo se avete intuito
l'ironia del gioco, sospettando il paradosso fin
dall'inizio, avete una vaga possibilità di salvezza. Il
lavoro riscosse un grande successo e venne pubblicato in
nove lingue diverse. Ma proprio il successo fu il nemico
più insidioso di Superstudio. Per un gruppo di giovani
architetti radicali esso significava in qualche maniera
l'accettazione da parte del sistema. Ricorda oggi
Natalini: <Noi partivamo da posizioni di
contestazione, ma la società dei consumi ci assorbiva.
Capimmo che essa era sempre più forte di noi. A partire
dal 1973 decidemmo di dare un'altra direzione alle
nostre ricerche, tentando una rifondazione antropologica
dell'architettura e indagando le culture materiali
extra-urbane. A partire dal 1978, poi, iniziammo a
lavorare in modo indipendente>. Nonostante la sua
breve vita, il Superstudio ebbe una notevole influenza
sull'architettura di fine Novecento, ponendosi come
punto di riferimento tra i movimenti radicali (come
Archizoom e Archigram). I suoi progetti agirono come
fattore destabilizzante sull'ortodossia modernista e
fornirono <reattivo mentale> ad architetti di
diverse generazioni, quali Michele de Lucchi, Rem
Koolhaas e Bernard Tschumi. Ancora oggi essi conservano
intatta la loro carica ironica e polemica. Con il loro
corredo iconografico di capelli lunghi e baffoni alla
Che Guevara, non sono soltanto il segno di una stagione
di grande impegno ideologico e rinnovamento della
disciplina architettonica, ma anche manifesti fervidi di
insegnamenti per il presente. Soprattutto nella
situazione attuale dell'architettura, che - come fanno
notare Peter Lang e William Menking nel catalogo che
accompagna la rassegna londinese (Skira 2003) - sembra
essere di nuovo stretta nella convergenza fra tecnologia
e consumismo. <Superstudio - Life without
objects>, Design Museum, Londra. Fino all'8
giugno. |
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| Foto: |
Superstudio
<Firenze>, dalla serie <Salvataggi dei
centri storici-Italia Vostra>,1972
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