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Identificativo: DO20050522
Data: 22-05-2005
Testata: IL SOLE 24 ORE
Riferimenti: DOMENICA
ARTE
WASHINGTON
Storia di matite trasferelli e modelli 3d
 
 
di Carlo Ratti

Se aveste ancora dei dubbi, provate a interrogare qualsiasi studente dei primi anni di università: il quale vi spiegherà, con benevola condiscendenza, che l'architettura non è più quella di una volta (cari voi!) e che la pratica della professione è stata rivoluzionata negli ultimi anni dall'avvento di nuovi strumenti: il computer e i software di modellazione tridimensionale. Come spiegare altrimenti la prodigiosa proliferazione di canoni formali inediti, impensabili fino a qualche anno fa? Il ragionamento non fa una grinza. Anche se, nell'esaltazione momentanea, è facile perdere di vista la prospettiva dei cambiamenti in corso e della loro effettiva portata. Per questo sembrerebbe opportuna la mostra « Tools of the imagination » al National Building Museum di Washington (fino al 10 ottobre). Allestita nella suggestiva cornice neo rinascimentale di un edificio che era simbolo italianeggiante di grandeur statale (venne costruito nel 1887 come sede del Pension Bureau degli Stati Uniti), la rassegna si propone di rivisitare i tools, ovvero i " ferri del mestiere" che hanno accompagnato la produzione architettonica negli ultimi tre secoli. Gli antecedenti, un po' arbitrariamente, vengono fatti risalire alla diffusione della carta in Europa nel Quattrocento; si passa poi all'invenzione della matita a opera del carpentiere tedesco Friedrich Staedtler nel 1662, per arrivare ai giorni nostri alla rivoluzione del digitale. I materiali esposti sono interessanti: da curiosità documentaristiche come l'enciclopedica collezione di matite colorate dell'architetto americano Paul Rudolph a oggetti recenti ma che ormai sembrano d'altri tempi, come trasferelli e goniometri. Interessanti anche ellissografi e pantografi, utilizzati per generare ellissi o per eseguire copie di disegni architettonici prima dell'avvento delle macchine eliografiche o fotocopiatrici. Alcuni esemplari sono stati riprodotti in scala e possono essere utilizzati liberamente, per la gioia delle scolaresche. P assando ai giorni nostri, nelle sezioni dedicate al digitale, ecco gli immancabili progetti dell'architetto californiano Frank O. Gehry. Proprio i suoi edifici accartocciati o sinuosi, rivestiti in lamierini metallici e progettati con software presi in prestito dalla ricerca aerospaziale, furono tra i primi a far gridare alla rivoluzione in architettura. Un po' deludenti, però, i modelli esposti, relativi al nuovo Stata Center del Mit di Boston e già visti al Guggenheim Museum di New York qualche anno fa. Sarebbe stato più interessante mostrare l'edificio finito (da meno di un anno) e capire come da quei modelli, che erano stati insolentemente definiti dagli studenti « una pila di lattine ammaccate » , si sia poi passati alla costruzione odierna, sempre grazie all'impiego di tecniche di costruzione a controllo numerico. È questo, tra l'altro, il tema di un recente saggio: Building Stata: The Design and Construction of Frank O. Gehry's Stata Center at Mit di Nancy Joyce (Mit Press, 2004). Nella mostra è un po' deludente anche la sezione finale sulla " new generation", secondo la definizione che si è data una certa corrente dell'architettura contemporanea e che denuncia, già nel nome, l'annoso espediente della ricerca del successo mediante la scorciatoia generazionale. In realtà i progetti esposti sono piuttosto incoerenti e privi di filo conduttore. Così come un po' tutto l'allestimento, appesantito da rigurgiti post moderni e incapace di dialogare, per affinità o per contrasto, coi materiali esposti. L'interesse è altrove, nell'insolita prospettiva storica. Per una volta, i recenti cambiamenti che stanno investendo la professione vengono letti in continuità, e non per contrasto, con i periodi precedenti. Per una volta viene meno l'ansia di aggiornarsi sull'ultimo software per la modellazione tridimensionale ed è possibile scorgere, sullo sfondo, quelli che potrebbero essere definiti i " fondamentali" dell'architettura: gli impulsi che ci portano a dare una forma costruita ai nostri sogni e di cui i " ferri del mestiere" sono soltanto i mezzi. Sui materiali esposti si staglia la frase dell'architetto portoghese Alvaro Siza: « Lo strumento dell'architetto è la sua capacità di vedere il mondo » .

« Tools of the imagination » , Washington, National Building Museum di Washington, fino al 10 ottobre. Mercoledì 1 giugno, nell'ambito della « Festa per l'architettura » in corso alla Triennale di Milano, Carlo Ratti terrà una " open lecture" su progettazione e nuove tecnologie informatiche.
Foto: Martin Rich / The Architectural Archives, University of Pennsylvania