di Carlo F. Ratti
e Alessandro
Schiesaro
Secondo una classifica del <Guardian>, il saggio
più venduto in Inghilterra negli ultimi dodici
mesi è un manuale di cucina: Il ritorno del
cuoco nudo. Seguono, a poca distanza, altri quattro
titoli sullo stesso argomento: Cucinare con Delia
1, Il cuoco nudo, Cucinare con Delia 2 e la chiacchierata
summa gastronomica di Nigella Lawson, figlia di un
austero ministro delle finanze dell'era Thatcher:
Come diventare una dea domestica.
Mentre questi volumi appariscenti e dal titolo stravagante
fanno furore nelle librerie, i giornali inglesi traboccano
di ricette (fino a quattro pagine a testa nelle edizioni
del week-end), la Bbc si occupa di gastronomia in
prima serata e il Carlton Food Network, canale televisivo
diffuso via cavo, trasmette lezioni di arte culinaria
ventiquattro ore su ventiquattro. Tutto questo in
un Paese che non è mai stato particolarmente
rinomato per le sue pietanze. Che cos'è capitato
a quell'Inghilterra che, come scriveva Luigi Barzini
jr., <primeggia in quasi tutti i campi, con le
eccezioni della filosofia astratta, la musica, la
cucina e l'arte di fare all'amore>? Che cos'è
successo a quel popolo in passato temuto e rispettato
poiché, si diceva, se riesce a sopravvivere
a quello che mangia può sopravvivere a qualunque
altra cosa?
Sir Terence Conran, patron di numerosi ristoranti
e protagonista indiscusso della scena gastronomica
londinese, non ha dubbi: si tratta di una vera e propria
rivoluzione. Le origini sono remote e risalgono al
secondo dopoguerra. Anni di povertà, in cui
vigeva il razionamento del cibo e in cui mancavano
gli ingredienti essenziali per la buona cucina (l'olio
d'oliva, ricorda, bisognava comprarlo in farmacia,
per curare il mal d'orecchi). Allora apparvero i primi
libri di Elizabeth David: gustosi reportage dall'Europa
del Mediterraneo, soprattutto dalla Francia e dall'Italia,
ricchi di ricette ma anche di descrizioni analitiche
di aromi e sapori lontani. In un Paese nel quale,
come recita il proverbio, si coltivavano soltanto
tre tipi di verdure - due delle quali della famiglia
del cavolo - questi testi presero il posto delle fiabe,
o dei giornali di viaggi esotici e mirabolanti. Il
loro impatto fu travolgente.
Prima che le cose cambiassero, tuttavia, dovevano
passare molti anni. La cosiddetta "foody revolution"
è un fenomeno recente e risale a non più
di dieci anni fa. Alla sua origine, sempre secondo
Conran, vi sono cause diverse: la maggior disponibilità
di prodotti alimentari freschi e di qualità,
importati a Londra da ogni parte del mondo, una rinata
curiosità gastronomica e la ricerca di nuove
occasioni di incontro e socializzazione, da contrapporre
a una vita lavorativa sempre più monotona e
trascorsa in isolamento davanti al computer: <Gli
schermi, quello lavorativo e quello televisivo, dominano
la nostra esistenza: il ristorante e il caffè
come luoghi di aggregazione stanno diventando sempre
più indispensabili>. Inoltre non bisogna
dimenticare l'ultima recessione economica (il crollo
degli affitti ha reso finanziariamente possibile l'apertura
di molti locali) e un diffuso edonismo. Così,
a poco a poco, Londra ha importato i fasti della New
York "da bere" anni Ottanta e ha visto nascere
a decine ristoranti caratterizzati da cibo ricercato,
o décor sorprendente e ostentato, o tutt'e
due. Oggi i giovani brokers di Wall Street sono ammaliati
da succhi vegetali e healthy eating analcolico, mentre
i loro colleghi londinesi tengono alto il mercato
mondiale della rucola e dei pomodorini secchi, le
"firme" del revival gastronomico yuppie.
Italiani, di nascita o elezione, restano i principali
guru della nuova stagione gastronomica londinese,
da Ruth Rogers a Oliver Peyton, da Antonio Carluccio
allo stesso Terence Conran (che ha tra i suoi vanti
di gioventù quello di aver importato in Inghilterra
la seconda macchina per il caffè espresso,
comprata usata a Torino).
Diffondono il verbo della cucina mediterranea che
garantisce vita lunga e felice, anche se a prezzi
che in realtà possono favorire l'ulcera, o
in porzioni che fanno rimpiangere la nouvelle cuisine
perfino in versione hard. Non solo Italia, però.
Le specialità francesi, uscite ormai dai grandi
templi della ristorazione e dagli oscuri bistros di
quartiere, si possono gustare in una serie nutrita
di ristoranti a specializzazione regionale. Esistono
ristoranti afgani e svedesi, tedeschi e argentini.
Al contrario di New York, non si tratta sempre del
naturale prodotto di comunità etniche. Per
certi versi, anzi, è quasi il contrario: il
trionfo di un certo eclettismo anglocentrico e post-imperiale.
Una volta Harrods celebrava i fasti dell'impero raccogliendone
da ogni parte i prodotti tipici, comodamente disponibili
nel cuore di Knightsbridge. Bastava una visita per
rendersi conto, tra sete e malacca, dell'estensione
del Raj. Con l'aiuto di una guida (ne esiste un numero
sorprendente) è possibile fare oggi un simile
viaggio tra i ristoranti di cinque continenti, e convincersi
(e, se si vuole, consolarsi) di una nuova centralità
di Londra caput mundi. Soccorre non poco, in questa
trasformazione della metropoli da proverbiale esilio
punitivo per il palato a centro di sperimentazione
ed eccellenza, la debolezza (i meno generosi direbbero
l'inesistenza, ma a torto) di una forte tradizione
culinaria locale. La fusion tra aromi asiatici e sapori
sudamericani ha senso a San Francisco e a Sidney,
ma convince poi anche a Londra, ben più che
a Roma. Per questo, a Londra, è più
facile sperimentare e mescolare, soprattutto se all'effetto
finale contribuisce un investimento non minore nel
décor e nella presentazione.
Proprio l'importanza accordata alla presentazione
del cibo è uno dei tratti distintitivi della
rivoluzione gastronomica inglese. Non si tratta soltanto
della disposizione delle pietanze sul piatto, che
pur rappresenta secondo alcuni critici una forma primordiale
di esperienza estetica. Oggi l'attenzione si concentra
soprattutto sulla progettazione dei locali: in un'irraggiungibile
tensione verso <l'opera d'arte totale>, le grandi
firme del design contemporaneo curano ogni dettaglio
dei nuovi ristoranti della capitale, dall'arredamento
ai bicchieri e alle posate. Londra è forse
l'unica città al mondo in cui siano state pubblicate
due guide all'architettura di bar e ristoranti (Eat
London e Drink London, Ellipsis 1999 e 2000), incentrate
sulla descrizione degli ambienti e non sulla qualità
del cibo. Sfogliandole ci si trova di fronte al minimalismo
austero di David Chipperfield, come nel popolare Wagamama
di Soho o nel più esclusivo Circus, a esuberanti
creazioni di Ron Arad (Belgo a Covent Garden), o infine
a quell'insolita sintesi di barocco e international
style che forniscono le opere di Philippe Starck,
come nel celebre Spoon aperto di recente dal re della
ristorazione francese Alain Ducasse.
Pur nella loro molteplicità linguistica, tutti
questi locali presentano tratti comuni: una grande
cura del particolare, l'uso di materiali e tessiture
raffinati e un certo gusto per gli accostamenti insoliti.
I medesimi elementi, come è stato fatto notare,
che caratterizzano le nuove ricerche gastronomiche.
D'altronde non è un caso che gli stessi protagonisti
della rivoluzione culinaria britannica provengano
essi stessi dal mondo del design: a partire da Terence
Conran, fondatore a suo tempo della catena di arredamento
Habitat e ancora oggi impegnato in prima persona nella
progettazione di interni, alla coppia Ruth e Richard
Rogers: se lui, già partner di Renzo Piano
nell'avventura del Centre Pompidou di Parigi, è
oggi il più influente architetto dell'Inghilterra
laburista, lei sta rivoluzionando la cucina inglese
con i suoi libri e programmi televisivi. Sono entrambi
convinti del fatto che la buona tavola sia propedeutica
all'attività creativa e hanno in progetto un
libro a quattro mani dal titolo provocatorio Sesso,
cibo e architettura (le tre cose importanti della
vita). Insieme animano il celebre River Café,
sulle sponde del Tamigi, un ampio locale dalle linee
pure e moderatamente high-tech che un insolente <New
Yorker> ha definito (senza ironia, pare) <il
miglior ristorante italiano d'Europa>. Più
che per la qualità del cibo viene ricordato
di solito per lo squisito design - nonché per
il conto finale, che, dopo un'onesta bagna-caoda con
due fettine di carne e un dessert, accompagnati da
un sano rosso piemontese o toscano, può raggiungere
facilmente le trecentomila lire a testa.
Nonostante gli inevitabili costi, l'accoppiata britannica
cibo-design continua oggi ad affermarsi con grande
successo. Da Londra il modello sta contagiando il
vecchio e il nuovo continente: Conran ha aperto da
poco due ristoranti a Parigi e New York, e promette
una rapida espansione anche in Italia. A Roma annuncia
addirittura l'invasione, pardon, la trasformazione,
di un luogo <a grandissima rilevanza storico-architettonica>,
che per ora non vuole rivelare.
Resta da chiedersi se questo fervore creativo è
un bene o un male. Solo i nostalgici più impervi
possono lamentare il bel tempo andato, ma un pensiero
non ingeneroso va comunque rivolto ai pochi bastioni,
esclusivi e non, della vecchia cucina inglese, che
fra pies, anguille e merluzzo affumicato (in brodo
con uova e verdure) conserva un'indubbia dignità,
forse troppo ruvida, comunque affascinante. Per provarla,
oggi, nella sua versione autentica, si fa più
fatica che a trovare la zuppa di pinna di pescecane
o un cru particolare di olio d'oliva della Lucchesia.
Quanto alla specialità, questa sì, davvero
londinese, del cibo chic presentato su design d'autore,
anche gli esperti indigeni incominciano ad esprimere
qualche dubbio. Matthew Fort, giornalista del <Guardian>,
tornato felice da una trattoria torinese senza pretese,
ne ammirava poche settimane fa <il comfort serio>
contrapposto al <perpetuo razzle-dazzle> di
Londra. E subito dopo il più acuto e ascoltato
dei suoi colleghi, A. A. Gill, lanciava un appello,
anzi un monito, a nome della categoria: basta ristoranti
in cui il comunicato stampa è più lungo
del menu, e il menu ha più aggettivi del comunicato
stampa; di ambienti che pretendono di essere spiritosi
e originali; di cene in cui ci si preoccupa delle
divise dei camerieri più che del cibo sul piatto.
E concludeva: non mettete il carro davanti ai buoi,
perché in fondo quel che conta è mangiare
il bue, non ammirare il carro. Appunto.
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