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| Identificativo: |
DO20011216018BAA |
| Data: |
16-12-2001 |
| Testata: |
IL SOLE 24 ORE |
| Riferimenti: |
DOMENICA
ARCHITETTURA |
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PARIGI - In occasione della grande retrospettiva,
Jean Nouvel parla della sua opera
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| L'architetto seduce |
| Il progettista dell'Institut du Monde Arabe
intende l'architettura come <risonanza> |
| Carlo Ratti |
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di Carlo Ratti
L'architetto? <É un prestigiatore>, spiega
Jean Nouvel, le gambe a cavalcioni di una staccionata
di Central Park e in bocca l'immancabile cubano, in
una mite giornata d'autunno. A pochi passi di distanza,
sempre a New York, va in scena il suo ultimo gioco di
prestigio: un Guggenheim Museum ridipinto di nero e
completamente trasfigurato per l'allestimento della
mostra <Brazil - body & soul> (fino a maggio
2002). Nouvel spiega: <Si tratta di un gioco estremamente
rispettoso dell'architettura di Frank Lloyd Wright,
che permette di leggere il suo spazio come su un negativo
fotografico. Ogni elemento è ripreso e reinterpretato,
che si tratti di un piccolo triangolo di luce che diventa
colorato, della grande spirale nera, o dei vetri che
diventano opachi con impresse sopra delle immagini>.
In parte è una scelta dettata dal tipo di opere
in mostra: statue dorate che assumono una presenza straordinaria
nella penombra, con un raggio di luce che le sfiora
e le fa risaltare sullo sfondo nero. Ma più in
generale è un omaggio a quella <dimensione
dell'oscurità legata alla seduzione e al mistero>.
D'altronde, <quello dell'architetto è un mestiere
che, per forza di cose, gira attorno ai modi della seduzione>,
come ha scritto Nouvel in uno dei suoi ultimi libri.
Nella Fondation Cartier di Parigi una serie di grandi
schermi di vetro, inseriti tra il corpo di fabbrica
e il fronte stradale insieme ad alcune piante e a finissime
scale metalliche, produce un gioco evanescente di riflessi
che cambia in continuazione a seconda delle condizioni
della luce e del cielo.
Simili giochi di luce sono l'ingrediente principale
dell'Institut du Monde Arabe di Parigi, probabilmente
il progetto più conosciuto di Nouvel, che lo
proiettò a metà degli anni Ottanta sulla
scena internazionale. <É un edificio occidentale
che acquista un valore simbolico nei confronti della
cultura araba, reinterpretandone un certo numero di
temi e in particolare quelli legati al controllo dell'illuminazione>,
spiega Nouvel, ormai avvolto dal fumo del cubano, e
anche lui quasi evanescente. Così il piccolo
patio interno, che si dilata in un riverbero di marmo,
si richiama alle case a corte della tradizione araba.
Mentre la maestosa facciata Sud - un'iride metallica
composta da 25.000 diaframmi meccanici che si contraggono
per filtrare la luce del sole - ricrea una mutevole
geometria di arabesco che ricorda il moucharabieh. <É
una questione di buone maniere: non possiamo inserire
delle opere d'arte prodotte da una cultura lontana dalla
nostra all'interno di un ambiente a loro del tutto estraneo>
spiega Nouvel, che in questi mesi è impegnato
in un'altra sfida architettonica che unisce culture
diverse: il grandioso Museo du Quai Branly, a due passi
dalla Tour Eiffel, consacrato alle civiltà dell'Africa,
dell'Asia del l'Oceania e delle Americhe. Tuttavia non
possiamo rinnegare la nostra identità occidentale:
<Non dobbiamo assolutamente cadere nel simulacro:
il simulacro è la morte. Io non avrei mai potuto
fare un edificio come l'Institut du Monde Arabe in terracotta,
leggermente traforato eccetera...> (la descrizione
che segue sembrerebbe evocare la moschea di Roma, dell'architetto
Paolo Portoghesi, con cui, si sa, non corre buon sangue:
qualche allusione, architetto? <A questo proposito
non dirò niente...>).
Per Nouvel è essenziale utilizzare tutte le potenzialità
del presente, a partire da quelle tecnologiche. Nella
Fondation Cartier una soletta di sedici metri di luce
è contenuta, con tutti gli impianti, in soli
42 centimetri di spessore. Mentre nella Tour sans fin,
progetto non realizzato di un grattacielo per il quartiere
parigino della Défense, un'anima portante in
calcestruzzo armato ad alta resistenza, slanciata come
una sigaretta e stabilizzata da ammortizzatori dinamici,
avrebbe superato più di un record strutturale.
Per questi motivi, Jean Nouvel viene spesso assimilato
alla corrente dell'architettura high-tech. Un'etichetta
che però lui rifiuta con decisione: è
importante usare la tecnica, ma senza esibizionismi.
<Quando sono entrato nel mondo dell'architettura,
negli anni Settanta, la cosa più clamorosa era
mostrare la bella trave, il bel tubo, il bel particolare.
É un atteggiamento che mi ha stancato presto>.
Al suo posto, contrappone un'<estetica del miracolo>:
vedere un risultato senza sapere come è stato
ottenuto. <Mi piace che ci sia la luce senza che
si veda l'interruttore, che ci sia il condizionamento
senza che si veda la bocchetta dell'aria, mi piace che
tutto funzioni senza diventare il "tema" della
mia architettura. Invece di trattare i problemi tecnici
che mi vengono imposti, preferisco poter scegliere i
miei temi>. Quali sono, questi temi? La seduzione.
L'architettura come produzione di immagini. L'architetto
come "amplificatore", capace di captare le
emozioni dalla società e di ritrasmetterle più
forti. Il progettista come metteur en scène,
abile nel gestire le sequenze visive di un edificio
e la loro progressione nel tempo.
Proprio questo è l'aspetto più sorprendente
della grande retrospettiva su Nouvel in corso al Centre
Pompidou di Parigi (fino al 4 Marzo 2002). Curata dallo
stesso Nouvel per illustrare i suoi ultimi vent'anni
di pratica professionale, rifiuta i canoni consueti
delle mostre di architettura: nessun modellino o disegno
tecnico, solo immagini in grande formato e proiezioni
video in evidenza su uno sfondo nero. L'intento è
quello di dare al visitatore l'impressione di trovarsi
all'interno degli edifici stessi, rappresentati da una
molteplicità di punti di vista diversi e con
una tecnica che confonde i limiti tra reale e virtuale.
Così fra i materiali esposti, con una certa ambiguità
per i non iniziati, si trovano opere realizzate e reali
(come la Fondation Cartier, l'Institut du Monde Arabe,
L'Opéra di Lione o il Centro Congressi di Lucerna)
insieme a un gran numero di edifici virtuali, per lo
più fotomontaggi di concorsi non vinti (<Per
esempio il rimpianto progetto per lo Stade de France>,
sospira Jean Nouvel, che si definisce una vittima dei
concorsi di architettura, sostenendo di averne persi
più di ogni altro architetto). Il progetto più
controverso, tra quelli in mostra, è probabilmente
la Torre Aguas di Barcellona: un grattacielo cilindrico
di 142 metri di altezza dalla punta affusolata che dovrebbe
reinventare il profilo della Plaza de las Glòries.
Nouvel lo considera un progetto emblematico di come
si possa (e si debba) essere contestuali, facendosi
carico delle preesistenze storiche, geografiche e culturali
di un dato sito: <la forma è un chiaro omaggio
al paesaggio della regione, al Montserrat e alle modellazioni
prodotte dal vento in Catalogna, che ispirarono architetti
come Gaudì>. Ma <Le Monde>, tra gli
altri, lo ha liquidato come <enorme fallo>.
Poco importa. Ognuno legga nel progetto ciò che
vuole. O, come dice Nouvel, dopo un ultimo sguardo al
profilo di Manhattan irto di torri e una boccata di
cubano: <A ciascuno le sue risonanze>. |
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| Foto: |
Jean Nouvel, da sinistra, Dentsu Tower Tokio
1998-2003, progetto in corso; Galeries Lafayette,
Berlino 1991-1995; Tour Aguas da Barcelona,
1999, progetto in corso
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