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| Identificativo: |
DO20020616013CAA |
| Data: |
16-06-2002 |
| Testata: |
IL SOLE 24 ORE |
| Riferimenti: |
DOMENICA CULTURA E
CITTA' | | |
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| Torino 2006 / Botta e risposta |
| Per le Olimpiadi il
concorso non serve |
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| Mario Viano (*) |
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| Spiace che nella fase in
cui più è importante far convergere gli sforzi perché
la "sfida epocale" che la Città ha di fronte possa essere
vinta, ci sia chi, pur in ruoli istituzionali di grande
rilievo, ceda ad un pessimismo scettico, distruttivo
di ogni coesione e fiducia. Nessuna parte politica,
sociale e istituzionale, ma anche nessuna parte culturale
e professionale torinese potrà salvarsi, potrà dirsi
realmente incolpevole se gli esiti della vicenda olimpica
saranno inferiori alle attese. Torino internazionale
è stata concepita come mobilitazione di tutte le risorse
migliori della Città attorno ad un progetto condiviso
di ridefinizione del profilo e del futuro della città
medesima, confidando in una nuova coesione sociale e
convergenza di interessi ed azioni quale condizione
di successo. L'intento è stato quello di aprire ad ogni
contributo, ad ogni confronto che non sia pregiudiziale
ed accetti la dialettica delle opinioni, senza pretendere
di liquidare con giudizi sommari la diversità. Ed allora
parliamo pure del tema della qualità architettonica
delle opere olimpiche e delle grandi trasformazioni
della città, ma per cercare di costruirla, non per prenderne
le distanze. Parliamone, dicendo però anche che a Torino
nei prossimi anni lavoreranno Arata Isozaki, Gae Aulenti,
Renzo Piano, Mario Bellini, Massimiliano Fuksas, Aimaro
Isola (e i concorsi non sono ancora finiti) mentre circa
cinquanta opere d'arte contemporanea saranno collocate
negli spazi cittadini, dalla Fontana di Mario Merz ai
giardini di Giuseppe Penone. È molto provinciale ed
angusto pensare che ci sia una soluzione unica ed universale
al problema della qualità in architettura, almeno quanto
lo è il pregiudizio opposto, che i concorsi di architettura
producano solo progetti costosissimi e ridondanti di
espressività gratuita. Il Guggenheim di Bilbao come
l'IBA di Berlino e in larga misura la Barcellona olimpica,
non sono affatto l'esito di concorsi di architettura,
ma di inviti ed incarichi diretti che altro non sono
che affidamenti su basi curriculari. Ma senza andare
lontano anche la recente esperienza torinese è tutt'altro
che univoca ed accanto a concorsi "felici" altri sono
stati disastrosi, così come taluni affidamenti su base
curriculare, anche recenti, appaiono forieri di lusinghieri
esiti (Mercato dell'abbigliamento e Palazzo a vela).
Ed allora, perché mai demonizzare gli incarichi affidati
sulla base delle credenziali professionali? È evidente
che quando lo sviluppo progettuale atteso è fortemente
condizionato da un contesto vincolante, piuttosto che
da condizioni prescrittive insuperabilmente rigide,
la miglior cosa è affidarsi direttamente a professionisti
di indiscussa competenza ed esperienza, piuttosto che
stimolare un confronto di idee che, inevitabilmente
asfittico, non potrà che rivelarsi dispersivo e inutile.
I concorsi d'architettura hanno bisogno di esercitarsi
su temi "aperti", che si prestano a plurime interpretazioni,
che sollecitano il confronto. Ovunque si siano potute
riscontrare le condizioni, un concorso è stato lanciato
e ormai sono molti e importanti quelli indetti. In altri
casi si è ritenuto prevalessero ragioni di competenza
specialistica meglio selezionabili su base curriculare
(Palazzo della velocità su ghiaccio). Se ne può discutere
e siamo interessati a farlo. Mai si è agito su base
pregiudiziale e perciò non possiamo accettare il pregiudizio
altrui. Il concorso di architettura non è la panacea
universale e nemmeno una garanzia assoluta di qualità.
E' solo uno strumento utile accanto ad altri, da valutare
e scegliere di volta in volta con libertà di pensiero
e senso di responsabilità. Mario Viano (* Assessore
all'Urbanistica, Città di Torino) |
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