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| Identificativo: |
DO20020915003CAA |
| Data: |
15-09-2002 |
| Testata: |
IL SOLE 24 ORE |
| Riferimenti: |
DOMENICA VETRINA | | |
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| Sopra la fabbrica lo scrigno dei capolavori |
| L'architetto Renzo Piano: <Per la
nuova Pinacoteca un contenitore metallico appoggiato con
leggerezza> |
| Carlo Ratti |
 |
di Carlo Ratti
Le
Corbusier, che lo visitò nel 1925, l'aveva salutato come
<uno degli spettacoli più impressionanti forniti
dall'industria>. Altri osservatori d'inizio Novecento
l'avevano definito un piroscafo, una nave da guerra o un
portentoso gradino per dar la scalata alle Alpi
circostanti. A 79 anni dalla sua inaugurazione il
Lingotto, la fabbrica multipiano della Fiat nella
periferia sud di Torino, è ancora una costruzione
eccezionale, con le audaci rampe elicoidali d'accesso
alla spettacolare pista per il collaudo dei veicoli sul
tetto e una facciata dalla scansione regolare che si
ripete per ben mezzo chilometro. In questi giorni,
con l'inaugurazione della Pinacoteca Giovanni e Marella
Agnelli, si conclude un importante intervento di
rigenerazione urbana che ha trasformato quello che era
stato uno degli stabilimenti di produzione di automobili
più avanzati in Europa in un grande complesso
polifunzionale, con centro fiere, auditorium, uffici,
galleria commerciale, strutture di ricerca e residenze
universitarie. Il progetto porta la firma di uno dei più
celebri architetti italiani, Renzo Piano. <Si è
trattato di metabolizzare questa grande struttura per
farla diventare città - spiega Piano - attraverso un
lungo processo di frammentazione. É stato necessario
passare dalla fabbrica monofunzionale - essa stessa una
città immaginaria, quasi una delle "città invisibili" di
Italo Calvino - a un incrocio di mille attività
diverse>. Un processo iniziato nel 1982, con la
chiusura delle linee di produzione (l'ultima vettura a
uscire dal Lingotto fu la Lancia Delta) e
l'organizzazione di una consultazione tra venti
professionisti di fama internazionale. In seguito
l'incarico a Renzo Piano e l'inizio della prima fase dei
lavori. Da allora sono passati quindici anni, ma, Piano
tiene a sottolineare, non è una storia di ritardi
all'italiana: <Quindici anni ci vogliono tutti,
perché una trasformazione così non è uno scherzo, ci
vogliono tempi lunghi di maturazione, continuità,
pazienza. Affrettare il passo sarebbe stato un errore.
La maturazione della città richiede tempi fisiologici.
In questo caso inoltre avevamo il vantaggio di lavorare
con un cliente straordinario: per dedizione, per
fermezza, per chiarezza>. Proprio dal dialogo con
i committenti sono emersi alcuni punti chiave del
progetto. <L'idea dello scrigno, per esempio, non so
più nemmeno se è dell'Avvocato Agnelli, di Donna Marella
o mia>. Si tratta di un grande contenitore metallico,
appoggiato con leggerezza sulla sommità dell'edificio,
destinato ad accogliere la Pinacoteca. <Nello scrigno
c'è l'idea dell'appartenenza alla fabbrica, l'allusione
al pezzo di carpenteria costruito un tempo e poi
ritrovato al Lingotto. L'architettura è l'arte di
raccontare storie, di alludere, di fare riferimenti>.
Anche le altre aggiunte di Piano alla costruzione
originaria anni Venti sembrano esprimere la propria
funzione in modo esplicito, secondo la logica di
un'architecture parlante. É come se volessero
contrapporsi all'idea di un'autonomia della forma dalla
funzione, di una fabbrica-contenitore adatta a qualsiasi
uso. Così l'eliporto e la bolla di vetro (dove si tenne
la Conferenza intergovernativa europea del 1996)
dichiarano l'apertura verso la città. Le solide pareti
laterali dello scrigno comunicano un'idea di protezione.
E la cortina sovrastante, composta da lamelle di vetro
opacizzate e ribattezzata <tappeto volante> per la
sua immaterialità, segnala la funzione di regolazione
luminosa: <La luce filtrata dal "tappeto volante" è
una luce diffusa, rarefatta, un'atmosfera che viene
dall'alto e che si contrappone al senso di protezione
del forziere d'acciaio>. La leggerezza sembra
essere la parola chiave anche degli altri interventi di
Piano al Lingotto, insieme al gusto per il dettaglio e
le finiture: <Il Lingotto nel suo insieme è stato
eseguito con grande cura, con l'orgoglio di fare bene;
questo aspetto quasi un po' artigianale è un elemento
fondamentale, per il quale mi piace molto lavorare in
Italia>. Una sola caduta di stile nel centro
commerciale. Negli spazi puri progettati da Piano sono
stati inseriti pavimenti in marmo multicolore,
rivestimenti in boiserie, archetti e arredi piuttosto
kitsch, che mal si conciliano con il rigore della
vecchia fabbrica. Lo stesso Piano ha qualche riserva:
<Il centro commerciale purtroppo è uno spazio che
cede al gusto corrente. Le scelte delle finiture
spettano a specialisti che poi si occupano della
gestione della struttura>. Ma conclude: <Però non
ne farei una tragedia, anche se c'è un po' di stridore
tra la forza e la schiettezza del Lingotto e il
decorativismo. Ma in fondo una città è una città, e
anche questo le appartiene>. |
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