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Identificativo: DO20020512012AAA
Data: 12-05-2002
Testata: IL SOLE 24 ORE
Riferimenti: DOMENICA
ARTE E ARCHITETTURA
Gio Ponti a Londra - Una mostra dedicata al protagonista della rinascita italiana degli anni 50 e 60
Il design della dolce vita
Il celebre padre del Pirellone e di molti oggetti famosi non si lasciò mai classificare come <razionalista> perché sapeva anche essere lieve e giocoso
Carlo Ratti
di Carlo Ratti

Il Design Museum, si mormora negli ambienti artistici di Londra, è il luogo in cui si organizzano mostre su personaggi cosiddetti celebri dei quali in realtà nessuno ha mai sentito parlare. Fa eccezione la grande retrospettiva dedicata all'opera dell'architetto e designer italiano Giovanni (Gio) Ponti, inaugurata la settimana scorsa, (aperta fino al 6 ottobre). Innanzitutto perché Ponti ha assunto negli ultimi decenni un peso via via crescente nella storia artistica del Novecento. Inoltre perché recentemente il suo nome ha oltrepassato la cerchia ristretta degli addetti ai lavori, rimbalzando su giornali e riviste di tutto il mondo: a partire da quando, il 18 aprile scorso, un piccolo aereo da turismo che emulava i jet delle Torri Gemelle si è schiantato contro una delle sue opere più note, il grattacielo Pirelli di Milano. Proprio il Pirellone è uno dei lavori al centro della rassegna londinese.
Come tutti gli altri edifici in mostra, è rappresentato in modo quasi astratto, con gigantografie in bianco e nero disposte come quinte espositive. Attorno a esse è raccolta una buona parte della ricca ed eterogenea produzione pontinana, ordinata cronologicamente: quadri, piatti, soprammobili, sedie e altri arredi, lavandini, macchine da cucire e da caffè eccetera. Componenti domestici che, secondo il loro progettista avrebbero dovuto esaltare la sacralità della domus moderna, luogo di celebrazione della "festa dell'abitare": <La casa accompagna la nostra vita, è il "vaso" delle nostre ore belle e brutte, è il tempio per i nostri pensieri più nobili>.
Proprio il tema domestico, ispirato da forti convinzioni morali e religiose (<Meravigliosa ventura quella degli architetti, concessa da Dio: costruire la Sua casa e costruire per gli uomini, nella Sua ispirazione, la loro casa, il tempio della famiglia>), è il filo conduttore della produzione pontiana, per il resto eclettica e non facilmente riconducibile ai grandi "-ismi" del Novecento. Già negli anni Trenta, all'inizio della sua avventura progettuale, Ponti non si identificava né con i razionalisti intransigenti alla Pagano né con i tradizionalisti neoclassici alla Piacentini. Difendeva e promuoveva l'architettura di qualità, da qualunque parte essa provenisse. Mentre se la prendeva con lo sciatto scatolame moderno, accusato di mettere "l'uomo in trappola". Esclamò su <Domus>, la celebre rivista da lui fondata nel 1928 e diretta quasi ininterrottamente fino alla sua scomparsa nel 1979: <Modernità non consiste nell'adottare quattro mobili quadrati!>. Ponti era indifferente all'ortodossia delle accademie, così come non si preoccupava di restare fedele alle proprie posizioni.
A differenza di molti architetti, sclerotizzatisi nel corso della loro carriera sui medesimi canoni compositivi, aveva un'autentica capacità di reinventarsi. Scrive Marco Romanelli nel catalogo della mostra londinese (AbitareSegesta, 2002): <Era un progettista diverso ogni decennio, e di conseguenza spesso perse incarichi professionali di rilievo da parte di coloro che, com'era prevedibile, cercavano il "Ponti del periodo precedente", sperimentato e affidabile>.
Chi saprebbe riconoscere una stessa mano dietro a opere così eterogenee come i fregi neoclassici per i piatti Richard-Ginori del primo dopoguerra e le semplici posate in acciaio inossidabile del periodo del boom economico? O tra il massiccio prospetto con colonnato della villa "l'Ange Volant" di Parigi (1926) e l'evanescente facciata della Cattedrale di Taranto (1970)?
Il lavoro più noto e distintivo di Ponti è tuttavia quello degli anni Cinquanta, caratterizzato dalla ricerca di forme pure e trasparenti. <L'architettura è un cristallo>, scriveva nel suo trattato dal titolo imperativo <Amate l'architettura>. Non si trattava soltanto di un'immagine poetica o di un elogio delle forme chiuse e incorruttibili: sia il Pirellone sia la Pirellina, una lampada da tavolo in vetro smerigliato che riproduce in piccolo il grattacielo, hanno una pianta a forma di diamante. Mentre la celebre villa Arreaza di Caracas (purtroppo demolita di recente e i cui arredi, smembrati, andranno all'asta a Parigi fra qualche settimana per la gioia di antiquari predatori) era stata da lui soprannominata <la Diamantina>, in omaggio alla forma sfaccettata delle ceramiche colorate con cui era rivestita. Fu uno dei suoi lavori di architettura residenziale più riusciti, insieme ad altri due edifici di quegli anni: la villa Nemazee a Teheran e la residenza Planchart, sempre a Caracas. Di quest'ultima scrisse: <Il mio lavoro mi ha portato a realizzare in questa villa tutti i miei principi, e particolarmente quello dell'apparente leggerezza>. Le pareti bucate in modo asimmetrico da grandi vetrate ricordano lamine di cartone, mentre le slanciate pensiline di accesso e il tetto sottile staccato dai muri perimetrali sembrano galleggiare come per incanto nell'aria: <Ho sognato di una villa che si appoggiasse "amabilmente" sul terreno come una farfalla (bianca), e senza peso, né volume, né massa>.
Le idee di leggerezza e smaterializzazione raggiungono probabilmente il loro apice con la <Superleggera>: una sedia di soli 1,7 chili, propagandata dall'immagine allegra di un bambino che la solleva con un dito (che differenza con le panche massicce con reminescenze Art Déco che lo stesso Ponti aveva progettato negli anni Trenta per il Rettorato di Padova, e che non sarebbero state schiodate nemmeno da uno Schwarzenegger!). Oggi la Superleggera è universalmente considerata un'icona del design italiano anni Cinquanta, insieme ad altri oggetti nati dalla versatile fantasia di Ponti: dal sensuale sofa <Due foglie> alla affusolata maniglia <Lama>, dalla sorprendente <Finestra arredata> alla scintillante <Cornuta>, la bella macchina per il caffè espresso con bollitore orizzontale e becchi ricurvi prodotta da La Pavoni. Per questo la rassegna londinese viene letta in questi giorni come una celebrazione dell'Italian Style e una rievocazione degli anni della dolce vita, in cui il nostro Paese si affermò nel mondo con la propria architettura e il proprio design.
Ponti, con la sua instancabile attività di progettista e di pubblicista (su <Domus> e sulle colonne del <Corriere della Sera>), fu uno degli artefici di questa rinascita. Probabilmente ne era conscio quando esortava: <Amate l'architettura perché siete italiani, o perché siete in Italia; essa non è una vocazione dei soli italiani, ma è una vocazione degli italiani>. E ancora, con più enfasi: <L'Italia l'han fatta metà Iddio e metà gli Architetti>. All'epoca, forse, non c'erano ancora i geometri.
<Gio Ponti>, Design Museum, Tower Bridge, Londra, fino al 6 ottobre 2002.
Foto: Gio Ponti, l'immagine verticale qui sopra è una sezione media trasversale del Pirellone; in alto, veduta dall'interno dell'ingresso del grattacielo Pirelli; qui sopra, a sinistra, la celebre Superleggera, sedia progettata per Cassina e prodotta nel 1955; a destra, la macchina per caffé prodotta da Pavoni nel 1949, nota per la sua forma dinamica; a sinistra, due immagini della Villa <La Diamantina> della famiglia Arreaza a Caracas, 1955, appena demolita