|
"Nei giardini e nelle case che ho progettato mi sono
sempre sforzato di far sì che regnasse il placido
mormorio del silenzio; nelle mie fontane canta il
silenzio". Così dichiarò il messicano Luis Barragán
nel 1980 in occasione della consegna del premio Pritzker,
massimo riconoscimento professionale per un architetto.
Per un ironico caso del destino, la sua casa-studio
di Calle Francisco Ramirez 14, da qualche anno trasformata
in museo e aperta al pubblico, è oggi lambita dal
Periférico, una delle strade più rumorose e caotiche
di Città del Messico. Ma quello che ancora colpisce,
dopo aver varcato la piccola soglia di ingresso e
aver percorso nella penombra il corridoio che conduce
al soggiorno, è proprio la sensazione di calma e di
tranquillità.
Dall' esterno la casa, coi suoi muri ruvidi e le finestre
minute, non si differenzia molto da quelle adiacenti,
tradizionali costruzioni a due piani tipiche del colorato
quartiere Tacubaya. Si racconta addirittura che il
fotografo René Burri, incaricato dal "Daily Telegraph"
di fare un servizio sulle abitazioni più significative
del XX secolo e abituato ad architetture esuberanti,
lì per lì non riuscisse a individuarla e continuasse
a vagare disorientato da un capo all' altro della
strada. Gli interni tuttavia non lasciano dubbi sul
fatto di trovarsi di fronte a un edificio sensazionale.
Lo spazio fluisce rapido da una stanza all' altra,
con complesse articolazioni volumetriche e improvvisi
coup de théatre: uno squarcio inaspettato su una fontana,
un raffinato gioco di luce, una parete dai colori
sgargianti, un giardino fiabesco che, come un quadro
che cambia da una stagione all' altra, si spalanca
sul soggiorno. Il tutto secondo i principi di un'
"architettura dei sensi e delle emozioni". Era stato
questo il punto di arrivo di Barragán dopo una giovanile
adesione all' International Style, presto rinnegata.
Con una vis polemica pari a quella dei grandi maestri
dell' epoca, avrebbe infatti dichiarato: "L' idea
di una "macchina per abitare" non è solo uno scadimento
dell' architettura ma dello stesso essere umano".
E ancora, sempre contro Le Corbusier e la fenetre
en longueur: "Bisognerebbe sopprimere approssimativamente
il cinquanta per cento del vetro che si usa negli
edifici e sostituirlo con muri .... L' illuminazione
risultante permetterebbe una vita più intima e di
maggior concentrazione: l' uomo del XX secolo ha bisogno
di recuperare la tranquillità mentale e spirituale
che ha perso o è in procinto di perdere".
Avrebbe così deciso di ripartire da zero, dedicandosi
alla progettazione di qualche giardino ("stanze aperte
sul cielo", come amava definirli) e prendendo congedo
da tutti coloro per i quali aveva lavorato fino ad
allora: "Sono stufo di dover dare ascolto a clienti
che mi parlano dei loro gusti. Vadano alla malora.
D' ora in avanti mi dedicherò a un solo cliente: me
stesso". É da questo momento, all' età di quasi cinquant'
anni, che iniziò ad affermarsi come un "artista solitario
e silenzioso" (la definizione è dello scrittore e
premio Nobel Octavio Paz), capace di elaborare in
isolamento un linguaggio architettonico rivoluzionario:
stereometrie rigorosissime, colori brucianti ispirati
alla tradizione vernacolare messicana, un uso raffinato
delle tessiture e una simbiosi quasi perfetta tra
esterni e interni; tutti elementi che anticipano di
quasi cinquanta anni l' attuale tendenza londinese
del warm minimalism. L' apparente semplicità delle
sue opere tuttavia era bilanciata da una cura quasi
maniacale per i dettagli. Nella splendida casa Gálvez,
visitabile oggi (su appuntamento) insieme ad altri
suoi lavori a Città del Messico, le sue attenzioni
progettuali spaziavano dalle anfore del patio alla
buganvillea del giardino (il cui colore acceso si
ripete sul muro d' ingresso), dalle piastrelle della
cucina ai quadri del soggiorno. A volte, pur di poter
avere carta bianca nella realizzazione di un edificio,
era disposto a contribuire di tasca propria ai costi
di costruzione. É questo il caso del convento delle
Cappuccine di Tlalpan, dove, con un puntiglio che
farebbe sussultare il teorico dell' opera d' arte
totale Henry van de Velde (l' architetto belga début
du siècle che progettava le pantofole della moglie
perché si intonassero col pavimento) si preoccupò
perfino del disegno degli indumenti indossati dai
sacerdoti durante le celebrazioni. La religione era,
per Barragán come per molti messicani, un aspetto
fondamentale della vita e dell' attività professionale
(diceva Octavio Paz: "Gli yankee sono creduloni, noi
siamo credenti"). Era convinto che fosse "impossibile
capire l' arte e la sua storia senza il sentimento
religioso e senza il mito che si incontra al di là
del fenomeno artistico". Il lato mistico della sua
opera emerge ovunque: nell' uso metafisico della luce,
nelle finestre dalle severe partiture a croce, nei
segni esteriori dettati dalle delicate idiosincrasie
della sua vita quotidiana; nella sua casa aveva stabilito
che i vani delle porte non dovessero superare la sua
altezza (circa un metro e novanta), per costringersi
a una lieve riverenza ogni volta che passava da una
camera all' altra.
Questo sentimento religioso di ispirazione francescana
lo portava anche a ricercare l' armonia con la Natura.
Accettò una delle sue ultime commesse professionali,
quella per la villa di Francisco Gilardi, a condizione
di poter conservare una esile pianta situata in mezzo
al lotto edificabile. La casa la abbraccia, contraendosi
in un lungo corridoio, per poi ricomporsi in un corpo
di fabbrica distaccato dove si trova la celebre piscina
rossa e azzurra. Anche nel caso della lottizzazione
dei Jardines del Pedregal, quartiere chi-chi della
Mexico City anni Ottanta, l' ambiente naturale diventa
l' elemento compositivo principale. Su uno sfondo
di colate laviche di potente suggestione plastica,
che ricorda i paesaggi surreali raccontati da Juan
Rulfo, si proiettano i volumi puri della famosa casa
Prieto López ("siano benedetti gli accidenti geologici",
dichiarò soddisfatto). Nell' architettura di Barragán
si condensa insomma la ricerca di identità del Messico
della seconda metà del Novecento, ispirata alla riscoperta
del paesaggio e delle tradizioni locali. Come scrisse
Octavio Paz: "Per poter essere autenticamente moderni
dobbiamo prima riconciliarci con il nostro passato".
In architettura questa ricerca si è concretizzata
in una sorta di regionalismo minimale che, come fa
notare Kenneth Frampton nel recente Luis Barragán:
the quiet revolution (a cura di Federica Zanco, Skira
Editore: catalogo della mostra itinerante che sarà
da novembre all' Ivam di Valencia, Spagna, poi a Tokio
e tra un anno a Città del Messico), è stato ricco
di stimoli per gli architetti contemporanei: dal messicano
Ricardo Legorreta, autore del variopinto Hotel Camino
Real a Mexico City e vincitore l' anno scorso della
medaglia d' oro dell' American Institute of Architects,
a star globali come Tadao Ando.
Dopo i successi degli anni passati, tuttavia, il regionalismo
sembra oggi segnare il passo, almeno a Città del Messico.
Nel cataclisma urbano che ha rivoluzionato la città,
portandola coi suoi venti milioni di abitanti in testa
alle metropoli del pianeta, si sono affermati soprattutto
linguaggi architettonici statunitensi ed europei.
Anche i più affermati architetti locali, come Enrique
Norten di Ten Arquitectos, progettista della Escuela
Nacional de Arte Teatral, sembrano lasciarsi condizionare
da modelli d' importazione quali l' high-tech. Mentre
Jorge Vergara, ricco imprenditore messicano, vagheggia
di investire quasi 500 milioni di dollari nella costruzione
di una nuova città alla periferia di Guadalajara (patria
di Barragán) con l' appoggio dei più eccentrici architetti
internazionali: dall' irachena Zaha Hadid a Toyo Ito,
Daniel Liebskind, Coop Himmelblau e altri ancora.
Ma forse la crisi del regionalismo è ancora più profonda.
Quale significato può avere in un mondo sempre più
interdipendente e, come si dice oggi, globalizzato?
Ricardo Legorreta, pur restando fedele alla sua matrice
regionale e "barraganesca", ha accettato l' invito
della stilista Zandra Rhodes a progettare un museo
della moda a Londra (l' inaugurazione è prevista l'
anno prossimo). E subito si è creato un caso: si possono
utilizzare le forme e i colori accesi della tradizione
messicana in un ambiente a esse completamente estraneo?
(Se passate davanti al museo inforcate i Ray Ban,
è stato il secco commento dell' "Independent"). Forse
il mondo è davvero cambiato (signora mia!) e anche
l' architettura si deve adeguare. A Mexico City non
sono più gli anni del silenzioso isolamento di Barragán,
che poteva permettersi di ignorare l' inglese, dichiarando
sprezzante: "Tanto anche a New York le girls parlano
francese".
Foto: Architetture di Luis Barrágan a Città del Messico
fotografate da René Burri: sopra, le Torri di Satellite
City (1957); sotto, da destra, Las Arboledas (1958-61);
particolare dell' abitazione dell' architetto (1947);
fontana di San Cristobal Stables (1967)
|