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Identificativo: DO20040501012DAA
Data: 01-05-2004
Testata: IL SOLE 24 ORE
Riferimenti: DOMENICA
ARCHITETTURA
Botta e risposta
Olimpiadi contro la fuga di cervelli
Valentino Castellani
di Valentino Castellani *

Ha ragione Carlo Ratti a denunciare il campanilismo e la chiusura di Torino e a citare come esempio la mancata assunzione di un promettente esperto informatico, laureato ad Harvard, da parte del Comitato Organizzatore dei Giochi Olimpici Invernali? La mia risposta è no. O meglio, non so dire se Torino sia più o meno chiusa e campanilista di altre città (ma come si misurano il campanilismo e la chiusura di una città?) sono certo, però, che il Toroc è un'organizzazione aperta, come è consuetudine dei comitati organizzatori di Giochi Olimpici.
Lo confermano innanzitutto i numeri di Toroc. Gli ultimi dati (anche se la nostra è una struttura in costante crescita e le percentuali cambiano in continuazione) dicono che il 12% del personale è straniero e proviene da 23 Paesi diversi. Saranno, queste 61 persone, esponenti di una nuova "classe creativa"? Magari no, ma senz'altro sono persone che sanno fare il proprio lavoro e che danno un contributo importante all'organizzazione dei Giochi Olimpici e Paralimpici. I numeri dell'organizzazione dicono altre cose e cioè che i dipendenti del Toroc residenti a Torino e provincia sono poco più della metà e che quindi in questi anni si è creata, grazie alle Olimpiadi, una piccola ondata migratoria di professionisti (per lo più giovani) provenienti da tutte le parti d'Italia: dal Nord Est, da Milano (era ora), dal Centro-Sud. É curioso, ma forse confortante, che la provenienza geografica del nostro organico per alcuni sia indicativa di un atteggiamento provinciale, mentre per certa opinione pubblica locale sia il segnale di una pericolosa esterofilia: la verità, in questo caso, sta nel mezzo.
Come i lettori possono immaginare, organizzare le Olimpiadi e le Paraolimpiadi è un lavoro complesso e difficile, che richiede specializzazione ed esperienza: per lavorare al Toroc è premiante avere alle spalle un'attività all'interno di comitati organizzatori di Giochi Olimpici o comunque di grandi eventi. Un master in una prestigiosa università straniera è un titolo qualificante, ma in sé non garantisce la competenza necessaria a lavorare all'organizzazione di questo evento; mentre un'esperienza ai Mondiali di Francia '98 o alle Olimpiadi di Salt Lake City possono rivelarsi di grande utilità. Non a caso, proprio nella direzione Tecnologie lavorano 30 stranieri: professionisti che hanno una formazione adeguata, ma soprattutto un'esperienza specialistica. Queste persone sono state scelte - dal Toroc o dalle aziende partner - in virtù di una competenza e di un'esperienza che non era possibile reperire sul mercato italiano. Non penso che sia campanilistico dire che a parità di valore professionale (e di costo aziendale) siano avvantaggiati i candidati italiani. Siamo anche noi imparziali e meritocratici, ma non possiamo far finta di ignorare che assumere un cittadino americano (o comunque extracomunitario) è più difficile dal punto di vista normativo, generalmente più costoso e che l'inserimento in un contesto professionale e culturale diverso richiede tempo. E il tempo, nel nostro caso, è una risorsa scarsa.
In sintesi: stranieri sì, ma con giudizio. Anche perché sarebbe paradossale che in tempi di allarmi per le fughe dei cervelli dagli atenei e dalle aziende italiane non si considerassero le Olimpiadi una grande opportunità per valorizzare le risorse umane del Paese. I XX Giochi Olimpici Invernali sono i Giochi Olimpici Italiani, un evento che dovrà mettere in mostra il meglio della creatività e del saper fare del nostro Paese, per farlo abbiamo bisogno della professionalità, della competenza e della passione degli italiani. Solo collocando Torino e i Giochi Olimpici nella loro giusta dimensione nazionale potremo avere l'orgoglio per ridare slancio alla città e guardare al futuro con fiducia.
* Presidente Toroc


Risposta per molti versi condivisibile. Anche se a tratti riappare l'antica tentazione: <A parità di... meglio assumere un locale>. Magari giustificandosi con il nobile intento di arginare la cosiddetta "fuga dei cervelli". Niente di più sconsiderato. Il problema, infatti, non è impedire che i cervelli italiani vadano all'estero (sarebbe un dramma se non lo facessero). É far sì che l'Italia abbia un saldo positivo delle sue risorse umane. Un esempio? La Gran Bretagna fornisce ogni anno agli Stati Uniti un numero di dottorandi quattro volte superiore al nostro. Perché allora lassù nessuno strilla per la "fuga dei cervelli"? Semplicemente perché per ogni dottorando che parte ce n'è almeno un altro che arriva dal resto del mondo. Ciò non succede in Italia. Anche - come dimostrano numerose ricerche - a causa di quel campanilismo che spesso ci porta a pensare: <A parità (o meno) di... meglio assumere un locale>.
Carlo Ratti

-----Messaggio originale-----
Da: C.F. Ratti [mailto:cfr20@cus.cam.ac.uk]
Inviato: lunedì 3 maggio 2004 13.54
A: Servizio Cortesia Il Sole 24 ORE
Oggetto: Re: Banche Dati online

  

Hello,

 

Grazie mille per il pdf dell'altra settimana. Mi dicono che ieri sia

uscita la replica (botta e risposta) sul domenicale. Io pero' non riesco a

vederlo (a Boston non arriva mai il Sole - in tutti i sensi!). Me ne

potreste spedire copia in pdf?

 

Grazie e a presto,

Carlo Ratti