Una
ragnatela. Anzi, una matassa sfilacciata e spugnosa piena di spazi
amorfi interconnessi. È questa la visione degli uffici del futuro
secondo i progettisti olandesi Nox, esposta fino a qualche settimana fa
al Centre Pompidou di Parigi. Sarà davvero così? Forse no. Ma è vero
che nel nostro modo di lavorare sono in corso cambiamenti radicali.
Secondo Francis Duffy, ai vertici di una multinazionale che si occupa
della progettazione di spazi innovativi per uffici e docente al MIT di
Boston: “Si tratta di una vera e propria rivoluzione". Le ragioni sono
legate all´avanzata tecnologica. Quarant´anni fa, per lavorare al
computer, era necessario rintanarsi in uno stanzone, di solito
seminterrato e ingombro di macchinari mainframe, e passare lunghe ore a
maneggiare schede perforate. Le caratteristiche dell´ambiente di lavoro
erano dettate dalle necessità della macchina, a cui gli utenti dovevano
adeguarsi. Provando a dare un peso alle varie componenti nella
progettazione di quello spazio si potrebbe quantificare così: esigenze
tecnologiche 90%, esigenze umane 10%.
Dieci anni fa la
situazione era cambiata: il computer si era ridotto a un desktop
torreggiante, corredato da una tastiera e da un voluminoso monitor
piazzato sulla scrivania. Gli utenti avevano conquistato un ambiente di
lavoro più piacevole, pur essendo sempre legati a una postazione fissa.
Con equanimità si potrebbe congetturare: esigenze tecnologiche 50%,
esigenze umane 50%. La situazione oggi è di nuovo in rapido
cambiamento: moltissime persone ormai lavorano su computer portatili
(le vendite mondiali hanno superato di recente quelle di apparati
fissi), spesso utilizzando collegamenti a internet senza fili di tipo
wi-fi (wireless fidelity). Dispongono quindi di una notevole
flessibilità e mobilità. In teoria si potrebbe azzardare: esigenze
tecnologiche 10%, esigenze umane 90%.
Èquello che vediamo
tutti i giorni al MIT. L´università ha lanciato qualche anno fa un
programma estensivo per l´utilizzazione del wi-fi. Ogni angolo del
campus è ormai coperto da questo servizio e i risultati sono
sorprendenti: mentre è diminuita la popolarità dei tradizionali spazi
di lavoro, come i famigerati stambugi studenteschi, è aumentato
l´affollamento di altre zone dell´università, soprattutto le più
piacevoli come il caffè o le scalinate auliche prospicienti il fiume
Charles, regolarmente colonizzate come spazi di studio e di ricerca.
Tentando un´estrapolazione, si potrebbe dire che la tecnologia sta
portando una maggior flessibilità nell´organizzazione del lavoro e che
ciò si sta ripercuotendo sull´architettura dei nostri uffici e delle
nostre città. In che modo? Gli spazi di lavoro stanno diventando più
flessibili (almeno in questo caso la parola flessibilità ha una
connotazione positiva e non è sinonimo di precarietà!) con meno aree
individuali e più zone informali di interazione. Di nuovo Francis
Duffy: “Pochi decenni fa gli spazi comuni nelle strutture per uffici
non superavano il dieci per cento del totale. Oggi siamo già al
cinquanta per cento”.Una configurazione che promuove al tempo stesso
l´interazione e lo scambio di idee all´interno di un´organizzazione e
una migliore utilizzazione del costruito.
Stesso discorso per la
città. Da quando la catena di caffè americani Starbucks ha deciso di
fornire connessioni a internet senza fili, molti suoi locali si stanno
convertendo in propaggini lavorative dei quartieri adiacenti. Mentre
l´installazione di un nodo wi-fi sperimentale a Bryant Park, New York,
ha permesso di trasformare questo spazio verde in una piacevole
estensione all´aria aperta degli uffici circostanti, compatibilmente
con il pessimo clima della regione.
Dal punto di vista urbano si
tratta di dinamiche interessanti, visto che consentono un miglior
sfruttamento degli spazi cittadini mediante la sovrapposizione di
attività diverse: le aree che una volta erano utilizzate solo in
periodi limitati della giornata, come l´intervallo di pranzo, ora
diventano attive tutto il giorno. Gli studiosi più visionari, mettendo
insieme questi cambiamenti con quelli prodotti dal lavoro a distanza,
si spingono fino a vagheggiare la ricomposizione delle antiche
separazioni fra città dormitorio e città della produzione tipiche
dell´era industriale. O a profetizzare un nuovo idillio basato sulla
riconciliazione fra tempo libero e lavoro. Un intento encomiabile,
sempre che non sia quest´ultimo a fagocitare il primo.
Carlo Ratti
Direttore SENSEable City Laboratory al MIT di Boston